Edizione di: Domenica, 21 marzo 2010 ore 15:55 @705

De Pierro dichiara guerra ai manifesti abusivi »

Il presidente dell’Italia dei Diritti dà il via a una task force di volontari contro le affissioni elettorali irregolari: “Basta con questo scempio”

Roma – “Una consuetudine che si ripete puntualmente a ogni tornata elettorale e che ha raggiunto livelli ormai decisamente vergognosi”. Così Antonello De Pierro, presidente dell’Italia dei Diritti, commenta le affissioni abusive di cui strabordano le città in tempi di elezioni. Uno scempio urbanistico e ambientale a cui il movimento nazionale intende dare battaglia, come dichiarato dallo stesso De Pierro: “Le città – spiega – sono invase dalle facce di politici, politicanti e aspiranti tali che non si curano del decoro urbano, contribuendo in maniera scriteriata ad aumentare il livello di degrado ambientale. Si è ormai giunti quasi a un punto di non ritorno, dacché anche chi in teoria vorrebbe rispettare le regole è costretto a violarle per non soccombere alla spregiudicatezza di chi se ne infischia e pensa semplicemente al proprio tornaconto in termini di visibilità. Negli scorsi anni il centrodestra anziché frenare con leggi più severe un costume così socialmente degenerativo, si è addirittura preoccupato di garantire la non punibilità di questi pirati dell’ambiente. E’ una vergogna di fronte a cui noi dell’Italia dei Diritti non riusciamo a rimanere inerti”.

L’Italia dei Diritti intende lanciare un pubblico appello alle istituzioni, affinché intervengano duramente per reprimere tale fenomeno e, contestualmente, dichiara guerra ai manifesti abusivi con un’iniziativa partita dallo stesso presidente De Pierro: “Sappiamo che le nostre sono parole al vento – spiega – perché la politica difficilmente toccherà i propri interessi e poco importa se per ripulire le città si spenderà un’enorme quantità di soldi pubblici. Per questo abbiamo organizzato una task force di volontari che hanno cominciato a staccare tutti i manifesti abusivi individuati. Chiunque voglia attivarsi per nostro conto potrà contattare i nostri uffici. Mi auguro che i cittadini nelle urne sapranno valutare anche questi elementi, che sono manifestazione di sprezzo delle leggi vigenti e di conseguente perdita di fiducia nelle istituzioni”, conclude De Pierro, che invita tutti a una riflessione: “Come mai vengono spese cifre faraoniche nella speranza di venire eletti se poi gli introiti istituzionali derivanti sono enormemente inferiori?”.

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Lettera a Pietrino Vanacore, ucciso dallo Stato e dalla Stampa. »

Pietrino,
ai tuoi funerali, intorno alla tua bara, assorta nel silenzio con la rabbia ed il dolore, c’era la gente che ti vuole bene. Chi non era lì con il corpo, vi era con il pensiero. Da tutta Italia per starti vicino.
Una donna ha avuto il coraggio di dare voce alla comunità a te vicina: «applaudite, hanno ottenuto quello che volevano!!!»
La frase era rivolta a coloro, che, per deformazione professionale e culturale, non hanno una coscienza.
Intorno alle tue spoglie gli sciacalli hanno continuato ad alimentare sospetti.
La tua morte non è bastata a zittire una malagiustizia che non è riuscita a trovare un colpevole, ma ti ha scelto come vittima sacrificale. A zittire una informazione corrotta che ti indicava come l’orco, pur senza condanna.
Tu non puoi dirti vittima di un errore giudiziario, come altri 5 milioni di italiani in 50 anni.
Per venti anni sei stato perseguitato da innocente acclamato. Volevi l’ultima parola per dire basta.
Non te l’hanno nemmeno lasciata. Pure da morto continuano ad infangare il tuo onore.
Accuse che nessuna norma giuridica e morale può sostenere. Accanimento che nessuna società civile può accettare.
Io, noi italiani, per te diciamo basta!!!
La tua morte è un omicidio di Stato e di Stampa.
Non si può, per venti anni, non essere capaci di trovare un colpevole e continuare a perseguitare un innocente acclamato. Non si può, per venti anni, continuare ad alimentare sospetti, giusto per sbattere un mostro in prima pagina.
Ferdinando Imposimato, il “giudice coraggio” delle grandi inchieste contro il terrorismo e la delinquenza organizzata, ha provato sulla propria pelle l’amarissima esperienza di star sul banco degli imputati. Egli conclude, come un ritornello inquietante: “E’ più difficile talvolta difendersi da innocenti che da colpevoli”. Parola di magistrato.
Pietrino, la tua morte dignitosa e coraggiosa non è stata vana. Ci fa capire che Pietrino, prima o poi, può essere ognuno di noi.
Ti renderò immortale con i miei scritti.
Quando i contemporanei ipocriti non ci saranno più, i posteri conosceranno la tua storia, senza contaminazioni e corruzioni.
Addio Pietrino, un amico mai conosciuto.

Presidente Dr Antonio Giangrande – ASSOCIAZIONE CONTRO TUTTE LE MAFIE
099.9708396 – 328.9163996
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Denuncia pubblica sulla destinazione dei beni confiscati alla mafia »

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In data 2-3 marzo 2010, il servizio di Stefania Petix, inviata di Striscia La Notizia, per la prima volta in Italia ha sollevato il problema della destinazione clientelare dei beni confiscati alla mafia.
In quel caso si evidenziava che a Palermo la destinazione a fini sociali dei beni confiscati era stata effettuata a favore di associazioni inesistenti o a fini di lucro.
Inascoltata la “Associazione Contro Tutte le Mafie” da sempre ha denunciato che il fenomeno è nazionale.
Si riscontra che l’associazione “Libera” ha un rapporto privilegiato con le strutture Prefettizie a scapito delle tantissime associazioni indipendenti che non fanno capo a quel coordinamento.
In questo caso vi è silenzio assoluto delle Istituzioni e degli organi di stampa su un fatto gravissimo.
Allo stesso sodalizio nazionale denominato “Associazione Contro Tutte le Mafie”, iscritta presso la Prefettura di Taranto al n. 3/2006, è impedita l’iscrizione presso altre prefetture pur operando nel loro territorio, in virtù del Decreto del Ministero dell’Interno n. 220 del 24/10/2007, che prevede l’iscrizione delle associazioni antiracket solo ed esclusivamente presso le prefetture competenti sulla sede legale.
Con la presente si denuncia che a Manduria (TA), in data 3 marzo 2010, anche grazie ad una legge regionale, denominata appunto “Libera il bene”, attraverso la quale la Regione Puglia si assume il 90% dell’onere economico delle spese per la ristrutturazione degli immobili, il commissario straordinario prefettizio di Manduria Giovanni D’Onofrio ha promosso ed ottenuto, con la firma del protocollo di intesa, la collaborazione della stessa associazione Libera (rappresentata da Davide Pati e Annamaria Bonifazi) e della Prefettura di Taranto (rappresentata dalla dott.ssa Distante), finalizzata all’analisi dei beni confiscati agli esponenti mafiosi di Manduria, al monitoraggio delle loro condizioni strutturali, alla verifica del possibile riutilizzo e alla progettazione per la trasformazione in centri di aggregazione o per altro uso (da stabilirsi).
Si denuncia che “Libera” è un coordinamento, non un’associazione, e come tale, in virtù del Decreto citato, non può essere iscritta presso la Prefettura di Taranto, in quanto il coordinamento non ha la sede legale in quella città, ma in via IV Novembre, 98, Roma, per cui il protocollo d’intesa è nullo e la Prefettura di Taranto e il Comune di Manduria, dovrebbero collaborare con le associazioni con sede legale nella provincia di Taranto, e l’Associazione Contro Tutte le Mafie, ha la sede legale in Avetrana, 15 Km da Manduria.
Se passa il principio che chiunque spenda il nome “Libera” possa essere iscritto e privilegiato dagli enti Prefettizi, è normale che in Italia si formi un monopolio illegale delle assegnazioni dei beni, specie se poi questa attività è sostenuta dai finanziamenti pubblici.
E’ ancor più grave se poi i coordinamenti hanno sede presso la CGIL. In questo caso parrebbe un’espropriazione proletaria.
Poi non si capisce come mai la Regione Puglia possa riconoscere finanziamenti solo a “Libera”, escludendo le altre associazioni indipendenti, specie se dopo tanta enfasi, dopo anni non è ancora stato istituito l’albo regionale delle associazioni antiracket, che dovrebbe legittimare gli stessi finanziamenti.
Spero che questa denuncia pubblica sia approfondita, nell’interesse della collettività, delle associazioni antimafia indipendenti e della vera lotta alla mafia e cessi l’ostracismo a danno dell’Associazione Contro Tutte le Mafie.
Grazie dell’attenzione.
Presidente Dr Antonio Giangrande – ASSOCIAZIONE CONTRO TUTTE LE MAFIE
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Proposta di legge di iniziativa popolare. »

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COMUNICATO STAMPA NAZIONALE

Proposta di legge di iniziativa popolare. Sottoscrizione e formazione di comitati.
Con invito ad aderire e diffondere.

“LA COSTITUZIONE CHE VORREMMO”
1. L’Italia è una repubblica democratica e federale fondata sulla libertà. I cittadini sono tutti uguali e solidali.
2. I rapporti tra cittadini e tra cittadini e Stato sono regolati da un numero ragionevole di leggi, chiare e coercitive.
3. Le pene sono mirate al risarcimento ed alla rieducazione, da scontare con la confisca dei beni e con lavori socialmente utili.
4. E’ libera ogni attività economica, professionale, sociale, culturale e religiosa. Il sistema scolastico o universitario assicura l’adeguata competenza. Le scuole o le università sono rappresentate da un preside o un rettore eletti dagli studenti o dai genitori dei minori. Il preside o il rettore nomina i suoi collaboratori, rispondendo delle loro azioni presso la Commissione di garanzia.
5. Lo Stato assicura ai cittadini ogni mezzo per una vita dignitosa.
6. Il lavoro subordinato pubblico e privato è remunerato secondo efficienza e competenza. Le commissioni disciplinari sono composte da 2 rappresentanti dei lavoratori e presiedute da un dirigente pubblico o aziendale.
7. Lo Stato chiede ai cittadini il pagamento di un unico tributo, secondo il suo fabbisogno, sulla base della contabilità centralizzata desunta dai dati incrociati forniti telematicamente dai contribuenti, con deduzioni proporzionali e detrazioni totali. Agli evasori sono confiscati tutti i beni. 8. Lo Stato assicura a Regioni e Comuni il sostentamento e lo sviluppo.
9. E’ libera la parola, con diritto di critica, di cronaca, d’informare e di essere informarti.
10. L’Italia è divisa in 30 regioni, comprendenti i comuni che ivi si identificano.
11. Il potere è dei cittadini. Il cittadino ha il potere di autotutelare i suoi diritti.
12. I senatori e i deputati, il capo del governo, i magistrati, i difensori civici sono eletti dai cittadini con vincolo di mandato. Essi rappresentano, amministrano, giudicano e difendono secondo imparzialità, legalità ed efficienza in nome, per conto e nell’interesse dei cittadini. Essi sono responsabili delle loro azioni e giudicati da una Commissione di garanzia centrale e regionale.
13. Gli amministratori pubblici nominano i loro collaboratori, rispondendone del loro operato.
14. La commissione di garanzia, eletta dai cittadini, è composta da un senatore, un deputato, un magistrato, un rettore, un difensore civico con incarico di presidente. La Commissione centrale giudica in secondo grado e in modo esclusivo i membri del governo.
15. Il difensore civico difende i cittadini da abusi od omissioni amministrative, giudiziarie, sanitarie o di altre materie di interesse pubblico. Il difensore civico è eletto in occasione delle elezioni del parlamento, del consiglio regionale e del consiglio comunale.
16. I 150 senatori sono eletti proporzionalmente, con liste regionali, tra i magistrati, gli avvocati, i professori universitari, i medici, i giornalisti.
17. I 300 deputati sono eletti, con liste regionali, tra i restanti rappresentanti la società civile.
Il Parlamento vota e promulga le leggi propositive e abrogative proposte dal Governo, da uno o più parlamentari, da una Regione, da un comitato di cittadini. Il Governo, entro 30 giorni dalla legge, emana i regolamenti attuativi di carattere federale. Le regioni, entro 30 giorni dalla legge, emanano i regolamenti attuativi di carattere regionale.
18. La presente Costituzione si modifica con i 2/3 del voto dell’assemblea plenaria, composta dai membri del Parlamento, del Governo e dai presidenti delle Giunte e dei Consigli regionali. Essa è convocata e presieduta dal Presidente del Senato.

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PERCHE’ I DIVERSI SONO EMARGINATI E PERSEGUITATI ?? »

Sig. Direttore,
mi rivolgo a lei ed alla sua redazione.
1 web tv nazionale fatta da centinaia di web tv locali con servizio gratuito di pubblicazione dei filmati per gli aderenti, in cui ogni paese o città si presenta al mondo per incentivare sviluppo economico e sociale per battere l’illegalità: eventi rappresentativi, attività di enti pubblici ed associazioni, aziende, video denunce;
5 siti web associativi, con centinaia di contatti al giorno, in cui si riportano, in modo analitico ed imparziale, per argomento e per territorio, le illegalità impunite e sottaciute, affinché non si ignori o non si dimentichi;
5 siti blog di agenzie stampa a cui accedono centinaia di giornalisti per i loro articoli;
2 social network, in cui è inibita la partecipazione a chiunque usi lo strumento a fini di propaganda politica o diffamatoria;
1 libro denuncia di inchiesta sociologica, sunto dei siti web, richiesto da tante biblioteche comunali e scolastiche.
Tutto ciò non basta per avere visibilità, notorietà e sostegno.
Oscurati dai media, pur essendo un sodalizio nazionale, perché non faziosi e non asserviti alla magistratura ed a questa politica di destra, di centro, di sinistra. Per i giornalisti è meglio il gossip o la faziosità, ovvero leggere le veline giudiziarie e dare la parola ai soliti “parrucconi”.
Ridotti alla fame e all’emarginazione. Decine di processi pretestuosi e ritorsivi a carico per reati di diffamazione a mezzo stampa, sol perché si riporta quanto pubblicato da altre fonti note e credibili. Per il potere devi subire e devi tacere.
Penso di fare la mia parte per cambiare la nostra Italia, ma l’Italia, si lamenta, ma non vuol essere cambiata.
Per questo ci ritroviamo da soli a portare avanti una battaglia di civiltà.
Oggi, impotenti, elemosinando visibilità e solidarietà dalle vittime del sistema, possiamo solo riportare ai posteri una realtà ed una verità che non devono essere dimenticate.
Comunque, noi siamo orgogliosi di essere diversi in una omologazione imperante, dove ognuno è clone di un modello istituzionale destinato all’estinzione.
L’Italia è un caos organizzato, dove la giustizia, si prevede, sia amministrata solo in nome del popolo, ma si omette di legiferare, affinché essa sia amministrata anche per conto ed interesse dei cittadini.
L’Italia dove mai nulla cambia e, semmai succedesse, cambia solo in peggio.
Gli anormali non siamo noi, ma lo è chi accetta tutto ciò, con codardia tacendo.

Grazie dell’attenzione.
Presidente Dr Antonio Giangrande, Associazione Contro Tutte le Mafie
www.telewebitalia.eu

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Campagna per la legalità e la valorizzazione del territorio. »

TELE WEB ITALIA, la web tv dell’Associazione Contro Tutte le Mafie è vista in tutto il mondo e i suoi filmati sono visibili a tutte le ore.
TW ITALIA promuove il territorio e la sua comunità per la legalità e lo sviluppo economico. Ogni città o paese ha la sua pagina, in cui vi sono i video di enti pubblici, associazioni, aziende e cittadini attivi.
L’impresa che non paga il “pizzo” presenta la propria azienda.
I sindaci, gli enti pubblici e le associazioni che si dissociano dalla cultura socio mafiosa presentano la loro attività, il loro territorio e gli eventi più importanti.
I cittadini attivi denunciano disservizi e sprechi.
Il servizio è gratuito, basta aderire all’associazione; filmare con una telecamera i luoghi o gli eventi; pubblicare il filmato su you tube o similare, comunicare il codice di riproduzione.
Il filmato (max 3 min.) deve contenere contatti e dati identificativi dell’ente o azienda, ma non deve contenere sottofondo musicale, né frasi diffamatorie.
Il video sarà riportato sulla pagina territoriale della web tv, nell’apposita sezione, sino al termine dell’adesione, valida fino al 31 dicembre.
Per info visionare www.telewebitalia.eu
Le emittenti tv possono convenzionarsi ed usare gli spot delle aziende reclamizzate, che aderiscono al progetto, per farle conoscere al di là del loro raggio di trasmissione.
Con preghiera di adesione e di divulgazione.
Grazie dell’attenzione.
Presidente Dr Antonio Giangrande – ASSOCIAZIONE CONTRO TUTTE LE MAFIE – ONLUS
099.9708396 – 328.9163996
www.controtuttelemafie.it
www.malagiustizia.eu
www.ingiustizia.info

Sostieni l’associazione. Chiedi il libro http://www.controtuttelemafie.it/contributi.htm

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APPELLO DI SOSTEGNO ALL’INIZIATIVA E DI DIVULGAZIONE »

“L’Associazione Contro Tutte le Mafie, nell’ambito dell’iniziativa nazionale denominata “ALZA LA TESTA, INUTILE NEGARE L’EVIDENZA”, chiede ai giornalisti ed ai cittadini attivi di segnalare le video inchieste pubbliche presenti sul web, attinenti il degrado sociale e le disfunzioni pubbliche, conosciute dall’ampio panorama mediatico, che riguardano fatti nazionali e locali e che, catalogati per argomento e per territorio sui siti associativi, siano meritevoli di essere visionati nel tempo e nello spazio.”

L’Associazione Contro Tutte le Mafie, in collaborazione con i media amici di tutta Italia, inaugura una nuova stagione nazionale denominata: “ALZA LA TESTA, INUTILE NEGARE L’EVIDENZA”, al fine di evidenziare l’inadeguatezza del nostro apparato gerarchico burocratico pubblico, in tutte le sue componenti, e l’inettitudine della nostra classe politica che, malgrado le promesse elettorali, non vi pone mai rimedio.
Da sempre, ogni giorno della nostra vita, assistiamo ciclicamente a casi di malagiustizia, malasanità, malapolitica, ecc.. Ne restiamo indifferenti, quando le disgrazie capitano agli altri, fino a quando gli altri siamo noi. Solo allora ci rendiamo conto che c’è un muro di gomma che inibisce la soluzione ai nostri problemi. Spesso, censura ed autocensura ne sono corresponsabili.
Per questo si è concepito un contenitore universale neutro delle video inchieste giornalistiche, specie in una società civile, che o è schierata politicamente, o non legge e non si informa. La “Informazione” non deve essere esclusiva o alternativa, ma sussidiaria, complementare ed agevolativa.
A tal fine, con il presente appello si invitano tutti i giornalisti e i cittadini a segnalare all’associazione tutte le video inchieste dell’immenso panorama mediatico nazionale, riguardanti fatti locali o nazionali, meritevoli di essere portate alla ribalta nazionale e mondiale e degne di essere riviste nel tempo, affinché queste, una volta trasmesse dalle emittenti nazionali e locali, non siano abbandonate nell’oblio.
Video inchieste di fonti pubbliche, credibili e stimate.
Le video inchieste effettuate dai TG nazionali o da trasmissioni come Report della Rai, Striscia la notizia o Le Iene di Mediaset, Exit del La7, e loro similari, ovvero i servizi effettuati dalle tantissime redazioni locali, più o meno grandi, meritano di essere conosciuti al di fuori dei loro confini territoriali, in quanto rendono una realtà incontestabile di interesse pubblico, che non deve essere dimenticata. Quando queste sono riportate sui canali dell’emittente, o su You Tube, o canali similari, agevola la loro riproduzione e la loro elencazione.
L’indicazione della fonte, o il link diretto al catalogo dell’emittente, o l’interesse pubblico della notizia, o il tornaconto pubblicitario dato all’autore, ristora il diritto d’autore.
Le video inchieste che dimostrano in modo oggettivo, a prescindere dagli esiti giudiziari od amministrativi, le manchevolezze e l’inadeguatezza del sistema pubblico, o il degrado della società civile, verranno catalogate per argomento e per territorio sui siti web www.controtuttelemafie.it, www.malagiustizia.eu, www.ingiustizia.info.
Siti web con centinaia di accessi e contatti giornalieri da tutto il mondo, da parte di cittadini che vogliono conoscere la realtà del loro territorio d’origine.
Ogni cittadino del mondo, senza censure e faziosità e senza bisogno di traduzione, potrà accedere alla loro visione tramite l’accesso della pagina attinente una specifica provincia, ovvero alla pagina relativa al tema: mafia, giustizia, politica, amministrazione, sicurezza, informazione, economia, lavoro, istruzione, walfare, viabilità, ambiente, lavoro. Il tutto senza costringere l’utente ad una ricerca spasmodica nell’immenso panorama mediatico, spesso dispendiosa o infruttuosa, per verità che meritano di essere conosciute.
Noi, testimoni del nostro tempo, dobbiamo lasciare ai posteri la conoscenza della nostra realtà, come dobbiamo divulgare all’esterno le problematiche territoriali.
Una parziale o difforme rappresentazione della realtà inibisce l’intervento necessario delle istituzioni, ovvero dà all’esterno una immagine territoriale non veritiera.
Tutto ciò per smuovere le coscienze al fine di rinnovare una classe dirigente inetta ed inadeguata al passo con i tempi e promuovere una politica fondata sul merito che dia fatti, non cloni o parole.

Grazie dell’attenzione.
Presidente Dr Antonio Giangrande
Scrittore, accademico senza cattedra di Sociologia Storica, giornalista ed avvocato non abilitato, presidente nazionale dell’Associazione Contro Tutte le Mafie ed autore del libro “L’Italia del trucco, l’Italia che siamo”.
Egli è testimone del suo tempo. Egli rappresenta la realtà, spesso ignorata o rifiutata dai contemporanei, per riportarla a conoscenza dei posteri.
I suoi siti riportano i dossier su tutte le tematiche sociali e territoriali, con scritti, immagini e filmati. Gli uffici stampa riportano gli articoli attinenti le risultanze dei dossier.
Il libro è il sunto cartaceo di quanto telematicamente è pubblicato.

Sostieni l’associazione. Chiedi il libro http://www.controtuttelemafie.it/contributi.htm

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ARTICOLO SUI CONCORSI PUBBLICI TRUCCATI »

Il dr Antonio Giangrande, scrittore, accademico senza cattedra di Sociologia Storica, giornalista ed avvocato non abilitato, presidente nazionale dell'Associazione Contro Tutte le Mafie ed autore del libro “L'Italia del trucco, l'Italia che siamo”, presenta il “Dossier sui concorsi pubblici truccati”.
Esso è il frutto di anni di ricerche ed approfondimenti su un sistema che sforna la nostra classe dirigente, e per questo, dai risultati che ottiene, la medesima dimostra la propria inadeguatezza.
Antonio Giangrande lo fa in occasione della prova scritta del concorso forense, che si tiene presso la Corte d'Appello, come ogni anno a metà  dicembre, e in relazione alla riforma che imprime maggiori tutele alla lobby, stilata in Parlamento da chi si è abilitato con un sistema truccato.
Lo fa in seguito alla missiva del Governo del 5 ottobre 2009, in risposta alla sua richiesta di intervento per la tutela dei diritti soggettivi su un caso concreto: “esistono concorsi irregolari e violazione della tutela giudiziaria. Provvederemo”. Intervento mai arrivato.
«Nessuno come me conosce il fenomeno ed ha il coraggio di parlarne. Ho partecipato ad un concorso in polizia da incensurato e da parà . – testimonia Giangrande – Ho superato brillantemente i test scritti e le prove psico-fisiche-attitudinali: ero tra i primi, ma altri mi hanno preceduto, estromettendomi dal numero chiuso. Lo stesso dicasi per il concorso di autista dei mezzi speciali del Ministero della Giustizia. Ho partecipato ad un concorso per comandante dei vigili urbani. Lo ha vinto, precedendomi, chi l'aveva indetto e regolato, da comandante pro tempore e dirigente dell'ufficio del personale, trattenendo rapporti professionali con i commissari d'esame. Per aver pubblicato le sue motivazioni sulla stampa di tutto il mondo, sono stato denunciato per diffamazione dal Pubblico Ministero che aveva archiviato il mio esposto penale. Per anni (a due cifre) ho partecipato al concorso forense. Ho visto abilitarsi tanta gente inetta. Ho visto tante illegalità  e le ho sempre denunciate. Ho pagato per questo. Il mio nome è conosciuto da tutte le commissioni d’esame ed inserito nella loro lista nera».
Con il discorso ufficiale del Magnifico Rettore, Prof. Ing. Domenico Laforgia, è stato inaugurato a Brindisi il 3/12/2009 l’anno accademico 2009-2010 dell’Università  del Salento. Presenti alla cerimonia Gianfranco Fini, Presidente della Camera dei Deputati e diverse altre insigne personalità  del mondo politico, economico e culturale della penisola salentina.
In quella sede ha palesato una realtà , che molti cercano di ignorare o tacitare. “…..Questo è un altro dato che si presta ottimamente ad una lettura politica. Il familismo non è la ferita pruriginosa di questa o quella Università , ma di tutto il sistema occupazionale italiano. È una malattia endemica del Paese che ha contagiato tutti i campi, dalla politica alle libere professioni, dal giornalismo al mondo dello spettacolo, dall'industria a tutto il comparto pubblico. Familismo, nepotismo e clientelismo non sono le conseguenze di un sistema malato, come spesso si dice, ma sono il segno più evidente di una mancanza effettiva di alternative possibili. Ed è questa povertà  di occasioni che mette in moto il meccanismo, che diventa perverso e nocente alla comunità  quando non è neppure compensato dal merito.”
In quei mesi di tormenti a cavallo tra il 2000 e il 2001 la Mariastella Gelmini si trova dunque a scegliere, spiegherà  essa stessa a Flavia Amabile de “La Stampa.it”: «La mia famiglia non poteva permettersi di mantenermi troppo a lungo agli studi, mio padre era un agricoltore. Dovevo iniziare a lavorare e quindi dovevo superare l’esame per ottenere l’abilitazione alla professione». Quindi? «La sensazione era che esistesse un tetto del 30% che comprendeva i figli di avvocati e altri pochi fortunati che riuscivano ogni anno a superare l’esame. Per gli altri, nulla. C’era una logica di casta». E così, «insieme con altri 30-40 amici molto demotivati da questa situazione, abbiamo deciso di andare a fare l’esame a Reggio Calabria». I risultati della sessione del 2000, del resto, erano incoraggianti. Nonostante lo scoppio dello scandalo, nel capoluogo calabrese c’era stato il primato italiano di ammessi agli orali: 93,4%. Il triplo che nella Brescia della Gelmini (31,7) o a Milano (28,1), il quadruplo che ad Ancona. Idonei finali: 87% degli iscritti iniziali. Contro il 28% di Brescia, il 23,1% di Milano, il 17% di Firenze. Totale: 806 idonei. Cinque volte e mezzo quelli di Brescia: 144. Quanti Marche, Umbria, Basilicata, Trentino, Abruzzo, Sardegna e Friuli Venezia Giulia messi insieme.
Insomma, la tentazione era forte. Spiega il ministro dell’Istruzione: «Molti ragazzi andavano lì e abbiamo deciso di farlo anche noi». E l’esame? Com’è stato l’esame? Quasi 57% di ammessi agli orali. Il doppio che a Roma o a Milano. Quasi il triplo che a Brescia. Dietro soltanto la solita Catanzaro, Caltanissetta, Salerno.
Il sistema di abilitazione truccato riguarda tutte le professioni intellettuali: magistrati, avvocati, professori universitari, giornalisti, ecc. La domanda che ci si dovrebbe porre è: dov'è il trucco?
COMMISSIONI D'ESAME: con la riforma del 2003, (decreto-legge 21 maggio 2003, n. 112, coordinato con la legge di conversione 18 luglio 2003, n. 180), dopo gli scandali e le condanne sono stati esclusi dalle commissioni d'esame i Consiglieri dell’Ordine degli Avvocati, competenti per territorio, mentre i Magistrati e i Professori universitari non possono correggere gli scritti del loro Distretto. Le commissioni locali fanno gli orali e vigilano sullo scritto, mentre gli elaborati sono corretti da altre commissioni estratti a sorte. Questa riforma, di fatto, mina la credibilità  delle categorie coinvolte. Le Commissioni e le sottocommissioni hanno un diverso metro di giudizio, quindi alla fine bisogna affidarsi anche alla buona sorte per avere una commissione più benevola. Naturalmente, le Commissioni del nord continuano ad avere un atteggiamento pro lobby, limitando l'accesso all'avvocatura al 30% circa dei candidati, per paura che i futuri avvocati del sud emigrino al nord. A riguardo ci sono state interrogazioni scritte al Ministro della Giustizia da parte di deputati (n. 4-10247, presentata da Pietro Fontanini mercoledì 16 giugno 2004 nella seduta n. 478 e n. 4-01000 presentata da Silvio Crapolicchio mercoledì 20 settembre 2006 nella seduta n. 038). Dubbi sono sorti anche sul modo di abbinare le commissioni. Il deputato lucano Vincenzo Taddei (PdL) ha presentato un'interrogazione scritta al Ministro della Giustizia. Il motivo della richiesta di intervento è preciso: per ben tre anni consecutivi, nel 2005, 2006 e 2007, da quando sono entrate in vigore le modifiche sullo svolgimento dell'esame di avvocato, le prove scritte dei candidati della Corte d'Appello di Potenza stranamente sono state sempre corrette presso la Corte d'Appello di Trento con percentuali di ammessi all'orale sempre molto basse (nel 2007 circa il 18%).
LE TRACCE: sono conosciute giorni prima la sessione, tant'è che il senatore Alfredo Mantovano ha presentato una denuncia penale ed una interrogazione a al Ministro della Giustizia (n. 4-03278 presentata il 15 gennaio 2008 Seduta n. 274).
INIZIO DELLE PROVE: la lettura delle tracce avviene secondo le voglie del Presidente della Corte d'Appello, che variano da città  a città . Nel 2006 la lettura delle tracce a Lecce è stata effettuata alle ore 11,45 circa, anzichà© alle 09,00 come altre città . In questo modo i candidati hanno tempo di farsi dettare le tracce e i pareri sui palmari e cellulari, molto prima della lettura ufficiale.
IL MATERIALE CONSULTABILE: nel 2008, tra novembre e dicembre il caos. Se al concorso di magistratura succede di tutto, a quello di avvocatura è ancora peggio. Due concorsi diversi, stessa sorte. Niente male per essere un concorso per futuri magistrati ed avvocati. Niente male, poi, per un concorso organizzato dal ministero della Giustizia. Dentro le aule di tutta Italia, per il concorso di avvocati che si svolge in ogni Corte d’Appello italiana, è entrato di tutto: fotocopie, bigliettini con possibili tracce e, soprattutto, palmari e cellulari. Ma sul concorso in magistratura svolto a Milano c'è ne da parlare. Sopra i banchi i codici «commentati» vietati, con il timbro del ministero che ne autorizzava l’utilizzo. Relazione pubblicata sul sito del Ministero della Giustizia e protocollata con il n. 19178/2588 del 24/11/2008, in cui il presidente denuncia l’atteggiamento «obliquo e truffaldino da parte di non pochi candidati e, tra questi, un vicequestore della Polizia di Stato, trovata in possesso di una rilevante dose di appunti, nascosta tra la biancheria intima». Eppure le regole dovevano essere più rigide. Dovevano esserci più controlli. Era stato assicurato dal ministero della Giustizia. Con tanto di sanzioni e espulsioni.
IL MATERIALE CONSEGNATO: per norma si dovrebbe consegnare ogni parere in una busta, contenente anche una busta più piccola con i dati del candidato. Ma non è così. Le buste con i dati si possono aprire prima della lettura degli elaborati. A Roma, venerdì 13 marzo 2009, alla fine è dovuta intervenire la polizia penitenziaria. Al grido di “Buffoni! Buffoni!” centinaia di esaminandi del padiglione 6 al concorso di notaio si sono scagliati contro la commissione. “Questo esame è una farsa – hanno gridato – ci sono gli estremi per poterlo annullare”. Si è visto “gente che infilava un nastro rosso nella busta” per farsi riconoscere, gente che “aveva le tracce già  svolte” e gente che, dopo aver chiacchierato con i commissari, “si faceva firmare la busta in modo diverso”.
CORREZIONE DEGLI ELABORATI: la legge 241/90 e il Ministero della Giustizia dettano le regole in base alle quali si deve svolgere la correzione, per dare i giudizi. Essi attengono alla rappresentanza delle categorie degli avvocati, magistrati e professori universitari, oltre all'attenzione data alla sintassi, grammatica, ortografia e, cosa, fondamentale, sui principi di diritto del parere dato. Cosa fondamentale, la legge regola la trasparenza dei giudizi. Di fatto le commissioni sono illegittime, perchà© mancanti, spesso, di una componente necessaria. Di fatto i compiti non sono corretti, perchà© sono immacolati e perchà© non vi è stato tempo sufficiente a leggerli. Di fatto le motivazioni sono mancanti o infondate. A riguardo vi è stata interrogazione presentata dal deputato Giorgia Meloni (n. 4-01638 mercoledì 15 novembre 2006 nella seduta n.072). Molti ricorsi sono accolti dalla giustizia amministrativa.
Di scandali per i compiti non corretti, ma ritenuti idonei, se ne è parlato.
Nel 2008 un consigliere del Tar trombato al concorso per entrare nel Consiglio di Stato, si è preso la briga di controllare gli atti del giorno in cui sono state corrette le sue prove, scoprendo che i cinque commissari avevano analizzato la bellezza di 690 pagine. “Senza considerare la pausa pranzo e quella della toilette, significa che hanno letto in media tre pagine e mezzo in 60 secondi. Un record da guinness, visto che la materia è complessa”, ironizza Alessio Liberati. Che ha impugnato anche i concorsi del 2006 e del 2007: a suo parere i vincitori hanno proposto stranamente soluzioni completamente diverse per la stessa identica sentenza. Il magistrato, inoltre, ha sostenuto che uno dei vincitori, Roberto Giovagnoli, non aveva nemmeno i titoli per partecipare al concorso. L’esposto viene palleggiato da mesi tra lo stesso Consiglio di Stato e la presidenza del Consiglio dei ministri, ma i dubbi e “qualche perplessità ” serpeggiano anche tra alcuni consiglieri. “Il bando sembra introdurre l’ulteriore requisito dell’anzianità  quinquennale” ha messo a verbale uno di loro durante una sessione dell’organo di presidenza: “Giovagnoli era stato dirigente presso la Corte dei conti per circa 6 mesi (…) Il bando non sembra rispettato su questo punto”. Per legge, a decidere se i concorsi siano stati o meno taroccati, saranno gli stessi membri del Consiglio. Vedremo.
Badate, questi signori sono poi quelli che, quale organo supremo amministrativo, devono dirimere le controversie attinenti i concorsi truccati in tutta l'amministrazione pubblica.
Intanto il concorso notarile ha i suoi i precedenti che parlano chiaro: nel 2005 candidati ammessi agli orali nonostante errori da somari, atti nulli che vengono premiati con buoni voti, mancata verbalizzazione delle domande, elaborati di figli di professionisti ed europarlamentari prima considerati “non idonei” e poi promossi agli orali.
Riguardo la magistratura, l'avvocato astigiano Pierpaolo Berardi, classe 1964, per anni ha battagliato per far annullare il concorso per magistrati svolto nel maggio 1992. Secondo Berardi, infatti, in base ai verbali dei commissari, più di metà  dei compiti vennero corretti in 3 minuti di media (comprendendo “apertura della busta, verbalizzazione e richiesta chiarimenti”) e quindi non “furono mai esaminati”. I giudici del tar gli hanno dato ragione nel 1996 e nel 2000 e il Csm, nel 2008, è stato costretto ad ammettere: “Ci fu una vera e propria mancanza di valutazione da parte della commissione”. Giudizio che vale anche per gli altri esaminati. In quell'esame divenne uditore giudiziario, tra gli altri, proprio Luigi de Magistris.
O ancora l’esame di ammissione all’albo dei giornalisti professionisti del 1991, audizione riscontrabile negli archivi di radio radicale, quando la presenza di un folto gruppo di raccomandati venne scoperta per caso da un computer lasciato acceso nella sala stampa del Senato proprio sul file nel quale il caposervizio di un’ agenzia, commissario esaminatore, aveva preso nota delle prime righe dei temi di tutti quelli da promuovere.
E ancora lo scandalo denunciato da un'inchiesta del 14 maggio 2009 apparsa su “La Stampa”. A finire sotto la lente d'ingrandimento del quotidiano torinese l'esito del concorso per allievi per il Corpo Forestale. Tra i 500 vincitori figli di comandanti, dirigenti, uomini di vertice. La casualità  ha voluto, inoltre, che molti dei vincitori siano stati assegnati nelle stazioni dove comandano i loro genitori. Una singolare coincidenza che diventa ancor più strana nel momento in cui si butta un occhio ad alcuni “promemoria”, sotto forma di pizzini, ritrovati nei corridoi del Corpo forestale e in cui sono annotati nomi, cognomi, date di nascita e discendenze di alcuni candidati. «Per Alfonso, figlio di Rosetta», «Per Emidio, figlio di Cesarina di zio Antonio», «Per Maria, figlia di Raffaele di zia Maria». Piccole annotazioni, certo. Il destino, però, ha voluto che le tutte persone segnalate nei pizzini risultassero vincitrici al concorso.
TUTELA AMMINISTRATIVA: i ricorsi al Tar, stante l'immane giurisprudenza a sostegno, sono automaticamente vincenti. Unica condizione presentarsi con il principe del foro locale. Per ovviare all'ovvia ritrosia degli ordini di abilitare chi ha vinto un ricorso, la legge 17 agosto 2005 n. 168 di conversione (con modificazioni) del decreto legge 30 giugno 2005 n. 115, contiene un norma destinata a sconvolgere gli esami di Stato di tutte le professioni intellettuali (in particolare di quelle di avvocato, notaio, commercialista ed architetto, le più bersagliate di ricorsi ai Tar e al Consiglio di Stato). Insomma, il candidato che supera le prove orali, anche se l'ammissione è stata decisa da ordinanze dei Tar, “consegue a ogni effetto” l'abilitazione professionale.
Se si è indigenti, però, l'ammissione al patrocinio pagato dallo Stato è impedito dalle relative commissioni presso i Tribunali Amministrativi formate ai sensi della finanziaria 2007 (Governo Prodi) da 2 magistrati del Tar e da un avvocato.
Grazie dell'attenzione.
Presidente Dr Antonio Giangrande – ASSOCIAZIONE CONTRO TUTTE LE MAFIE
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ARTICOLO SULLA BIGENITORIALITA’ ED AFFIDO CONDIVISO »

Quando le donne fanno lobby e la vittima è l'uomo: ossia stalking e mobbing sottaciuto ed impunito.
Il dr Antonio Giangrande, presidente dell'Associazione Contro Tutte le Mafie, stila un dossier, sull'onda delle segnalazioni e delle notizie di stampa, che riportano i casi di suicidi di padri separati. La prevedibile ed infondata accusa di maschilismo non può tacitare una tematica importante e delicata.
Nel mondo occidentale il riequilibrio dei ruoli (famiglia e lavoro) tra uomo e donna ha portato, non poche volte, ad eccessi di segno opposto rispetto al passato. Il caso forse più eclatante in Italia è quello dei padri separati.
Soltanto nel 2006 infatti è stata approvata la Legge 54 denominata “Affido Condiviso”, che ha cominciato a cambiare le cose. Fino a quel momento in oltre il 90% dei casi i figli venivano affidati esclusivamente alla madre. Altre difficoltà , oltre quelle degli affetti, per un padre che si separa sono la casa (assegnata per oltre due volte su tre alla donna), e la questione assegni (nel 95% dei casi erogati dagli uomini).
Il disagio psicologico, morale e materiale a cui è sottoposto l’uomo nelle separazioni lo porta a lasciarsi andare molto più spesso di quanto si crede. Il 93% dei suicidi post-separazione sono di padri (fonte FENBI circa 100 l’anno) e la Caritas in un recente comunicato ha informato che decine di migliaia di padri separati si stanno rivolgendo a loro per un posto letto. I dati riferiti ai suicidi dei padri separati sono contraddittori. Secondo i dati diffusi dall’Armata dei padri, solo nel 2006, sono 2 mila i padri che si sono suicidati perchà© lontani dai figli.
Ma la maggior parte degli uomini abbandonati (il 74% delle separazioni sono chieste da donne), privati di figli, casa, lavoro, non riesce a reagire, il “sommerso” come si dice in questi casi è molto più vasto di chi invece riesce a reagire, magari entrando in una delle tante associazioni tematiche.
I dati, raccolti sui giornali dall’associazione “Ex”, rivelano che negli ultimi 10 anni sono stati uccisi 158 minori (più di 15 ogni anno) per conflitto tra genitori in fase di separazione. Nello stesso periodo i fatti di sangue legati alla fine di una convivenza sono stati 691 con 976 morti. In oltre il 98% dei casi il delitto riguarda una coppia con figli, mentre solo nell’1,7% la coppia non ha figli. Il 34,5% dei fatti si è consumato al Nord, nel 37,7% al Centro e nel 27,8% al Sud e Isole. Nel 76,6% dei casi è un uomo che ha in media tra i 30 e i 40 anni a commettere il delitto, il 50% delle vittime è donna e il 16,1% è minore. Questi dati sono stati allegati a una mozione presentata alla Camera, in cui si è chiesto al Governo maggiore impegno a favore della bigenitorialità .
L’episodio dell’ennesimo padre separato che si è ucciso perchè non poteva vedere il figlio suscita «dolore e amarezza», ha affermato Maurizio Quilici, presidente dell’Isp, l’Istituto di studi sulla paternità , che rileva come esso sia «la punta di un drammatico iceberg che da molti anni galleggia nell’indifferenza di molti». «Non sono bastate – osserva Quilici in una nota – le battaglie dei movimenti dei padri, la trasformazione della figura paterna così vicina, oggi, ai figli e capaci di accudimento ed empatia; non è bastata una legge – la 54 del 2006 – che impone il condiviso come forma prioritaria di affidamento. I giudici continuano imperterriti a privilegiare le madri, le madri continuano a ostacolare il rapporto dell’ex compagno con i figli, i figli continuano ad essere strumento di battaglia per campioni di egoismo. I padri che si separano continuano a vivere con tremendo dolore la frequente perdita dei figli. E di dolore si può anche morire».
Quando le agenzie di stampa (nel dare la notizia del suicidio di un padre «disperato perchà© la madre non gli fa incontrare il figlio più di due giorni alla settimana») specificano «appena separato», altre scrivono «in sede di divorzio», altre ancora dicono «cui la moglie aveva chiesto la separazione», deve apparire chiaro a tutti che quei giornalisti non ci hanno informato bene sui fatti.
Infatti, se la madre aveva chiesto la separazione, ma ancora non vi era stata l’udienza presidenziale, e dunque nessuna decisione, seppur provvisoria, di un magistrato, si deve concludere che la madre, nell'abbastanza consueto delirio di onnipotenza materno, abbia deciso con intollerabile arbitrio «il figlio è mio e lo gestisco io»; impedendo così, disumanamente, a padre e figlio lo svolgersi della reciproca affettività . Se, diversamente, un giudice aveva deciso, nella prima udienza di separazione, che il provvisorio regolamento di visite dovesse essere così ristretto, forse la madre, strumentalmente o per tutelare davvero il figlio, aveva esposto tali negatività  del padre, anche psichiche, da richiedere cautela nel calendario di visite. In entrambi i casi, però, il giudice avrebbe omesso di essere accurato nella protezione di una famiglia in crisi, non disponendo che almeno i servizi sociali si occupassero della gestione degli incontri. In questo esempio, il suicidio rivendicherebbe la mancanza di una giustizia minimamente dignitosa.
Se, ancora, invece, questa storia triste si inquadra in un giudizio di divorzio o di modifica delle condizioni in essere, c'è da pensare o a un diritto di visita del padre cambiato all'improvviso dal giudice per gravi fatti sopravvenuti, o a una regolamentazione che dura così da anni, cioè da prima dell'entrata in vigore (2006) della legge sull'affido condiviso. Nel primo caso dovremmo tornare all'esempio della madre tutelante o strumentalizzante. Nel secondo, dovremmo pensare a una madre sorda alle esigenze sia del padre sia del figlio e miope di fronte ai cambiamenti sociali e giuridici. Se così fosse, il suicidio sarebbe da interpretarsi come la convinzione del padre di voler attuare egli stesso ciò che la madre stava già  facendo: togliere per sempre il padre a un figlio.
In tutti i casi però sarebbero i dettagli a dover fornire la giusta chiave di lettura. Senza poter dimenticare che le difficili storie giudiziarie che coinvolgono le famiglie, non possono essere trattate con pomposa burocrazia o frettolosa acriticità . Che l'espropriazione dei figli non deve essere consentita a nessun genitore a danno dell'altro. Quindi magistrati ed avvocati hanno la serissima responsabilità  di non potersi occupare dei protagonisti solamente nei minuti o nelle ore che il ruolo impone di dedicare loro.
Il Cepic, Centro europeo di psicologia investigazione e criminologia, (associazione impegnata nella formazione, ricerca, sostegno e consulenza in ambito criminologico, investigativo e psicologico) ha organizzato un convegno nazionale sulla violenza di genere sul tema “Quando la vittima è lui. La violenza domestica verso l’uomo. Aspetti sociologici, criminologici e legali”. Un evento innovativo nel suo genere, nel quale si sono affrontate tematiche spesso ignorate e sottaciute. Questo secondo convegno nazionale sulla violenza di genere, segue il primo, in cui è stata trattata la violenza domestica verso la donna.
«Ho scelto di organizzare un secondo convegno incentrato sull’uomo – dichiara Chiara Camerani, Psicologa, criminologa, Direttora Cepic – perchà© ritengo che il concetto di violenza di genere sia spesso inteso come indissolubilmente legato alla figura femminile, ma non può e non deve essere così. I cambiamenti sociali, i traguardi sul versante della parità  hanno creato nuove categorie deboli e nuove forme di violenza. A fronte della violenza cieca, diretta dell’uomo, abbiamo una violenza subdola, vendicativa, tipica della donna, che spinge a distruggere non solo il coniuge, ma il suo ruolo genitoriale, la sua posizione sociale, il suo equilibrio psicologico. Pur coscienti che la donna detiene il triste primato di vittima nell’ambito della violenza coniugale, non possiamo dimenticare gli uomini che subiscono forme di violenza, diverse forse, ma altrettanto gravi. Ne sono dimostrazione i numeri allarmanti dei suicidi attuati in Italia da padri separati. Il numero si suicidi commesso da padri separati è aumentato negli ultimi anni, in particolare nel centro e nel nord d’Italia. Secondo i dati della federazione nazionale bigenitorialità , L’uomo commette più frequentemente suicidio a causa di un disagio generato dalle separazioni e dai figli contesi, più di quanto non accada alle donne; con 102 casi su un totale di 110 (93%). Alla luce di questo, riteniamo utile una rivalutazione del concetto di soggetto debole, usualmente applicato al genere femminile, in un’ottica che valuti la persona e non il genere o lo status. A tal proposito ed alla luce dei dati emersi, l’uomo risulta essere il soggetto maggiormente sconfitto, nella coppia che si separa. Il decremento di reddito, l’allontanamento dai figli, che spesso diventa affido esclusivo, arma di ricatto e soppressione della figura paterna, mina gravemente la persona spingendo a comportamenti autodistruttivi, dipendenze, atti disperati. Per questo abbiamo scelto di parlare di violenza di genere, nella convinzione che sia necessario ridefinire o quantomeno rendere maggiormente flessibile il concetto di soggetto debole. Perchà© se è vero che la donna è più frequentemente vittima tra le mura domestiche, in contesti di coppia normale in crisi e in fase di separazione, è l’uomo a detenere il primato di vittima. Lo stesso accade in considerazione dei diversi standard di valutazione della violenza; quando l’aggressore è uomo ci si preoccupa della vittima femminile, quando è la donna ad essere violenta se ne cercano le cause, o si attribuisce a patologia. Questo è un dato che osserviamo frequentemente, in qualità  di centro che si occupa di consulenza psicologica e criminologica. Per quanto sorprendente, esistono uomini maltrattati fisicamente dalle mogli, il numero oscuro a questo riguardo è molto alto, a causa del forte imbarazzo a denunciare. Interessante anche notare che la violenza verso il partner avviene anche tra coppie lesbiche. Il pregiudizio sociale porta ad ignorare la figura maschile nel ruolo di vittima, porta ad identificare l’uomo con il cattivo, con l’aggressore. Le Conseguenze sull’uomo comportano depressione, abbuffate compulsive, dipendenze, uso di alcol, violenza, suicidio, suicidio allargato (omicidio/suicidio)».
«Giudici punitivi, sempre dalla parte delle madri. E padri disperati: troppe le storie quotidiane di sofferenza atroce». E' agguerrito Alessandro Poniz di Martellago (Ve), coordinatore Veneto dell'associazione Papà  Separati. Esprime la rabbia e la frustrazione che ogni giorno tanti genitori «vessati dall'ex coniuge» riversano su di lui. «Ci si scontra continuamente con madri ‘tigri’ tutelate dalla legge – accusa Poniz – . Sì, sono convinto che per la disperazione si possa arrivare a togliersi la vita. Sapete quanti padri si presentano puntuali a prendere i figli, secondo le sentenze stabilite dai tribunali, suonano il campanello e vengono mandati via dalla madre con la scusa che il bimbo è ammalato? Escamotage simili vanno avanti per anni… E quanti scontano l'odio e il rancore di figli ‘plagiati’ dalle madri?»
«Il sistema non è mai pronto a intervenire tempestivamente», sostiene Alessandro Sartori, presidente Veneto dell'associazione italiana avvocati per la famiglia e per i minori (Aiaf). «Ci vorrebbe una formazione specifica sia per i giudici che per i servizi sociali. A volte sono chiamati a pronunciarsi su questa materia delicatissima giudici che fino al giorno prima si occupavano di diritto condominiale…».
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RIFORMA DELL'ASSEGNAZIONE DEI BENI CONFISCATI AI MAFIOSI »

UNA VOCE ANTIMAFIA CONTRO LA POSIZIONE DI LIBERA

La finanziaria 2010 prevede la vendita per pubblico incanto dei beni confiscati ai mafiosi, di cui non si è potuta effettuare l'assegnazione sociale.
Don Ciotti, presidente di “Libera”: “Niente regali alle mafie, i beni confiscati sono cosa nostra”.
Antonio Giangrande, presidente nazionale dell'Associazione Contro Tutte le Mafie: “I beni confiscati sono cosa di tutti, non degli apparati appoggiati dalla sinistra. Basta favoritismi ed ipocrisie. Ben venga la riforma. I proventi della vendita dei beni non assegnati vadano a finanziare i bisogni della Giustizia e non essere un peso al bilancio dello Stato”.
“Libera”, è un coordinamento di oltre 1500 associazioni o comitati locali, che spesso si appoggiano presso le sedi ARCI, ACLI, CGIL. Esse sono assegnatari dei beni confiscati e beneficiari dei finanziamenti per la fruizione e la funzionalità  di immobili ed aziende. Loro santificano i magistrati e sono appoggiati dall'apparato dei media, dei docenti, degli intellettuali, dei politici e dei magistrati di sinistra. Con un apparato del genere e con molte Giunte che la sovvenzionano, “Libera” non ha bisogno di elemosinare sostegno, finanziamenti e visibilità .
La “Associazione Contro Tutte le Mafie” è un sodalizio nazionale composito, che studia ed approfondisce le tematiche sociali soggette a disuguaglianza ed ingiustizia: insomma, rileva le illegalità  più recondite. La cronaca diventa “sociologia storica”: una nuova disciplina accademica che merita di essere studiata.
Come sodalizio nazionale antimafia sono costretti ad essere iscritti solo presso la Prefettura della sede legale. Ciò li fa apparire territoriali, mentre invece sono a tutti gli effetti un sodalizio nazionale.
Sono l'alter ego in Italia di “Libera”.
“Noi non siamo di sinistra – dice il presidente dr Antonio Giangrande – ma vogliamo portare all'attenzione della collettività  una verità  alternativa a quella della sinistra militante dove vige il motto: La mafia sono gli altri e nessuno tocchi i “Dei” magistrati. Noi non abbiamo visibilità , nè sostegno, perchà© palesiamo una verità  eclatante: la mafia è l'istituzione che collude, i media che tacciono e i cittadini che emulano. Mafie, lobbies, caste e massonerie gestiscono la nostra vita. E ne riportiamo gli esempi sui nostri siti e per sunto nel libro “L'Italia del trucco, l'Italia che siamo”.
Noi non siamo tanto forti da rompere questo muro di gomma erto dalla “inteligentia” e dagli apparati di sinistra, ma siamo forti della nostra ragione.
Per questo diciamo che i beni dei mafiosi, devono essere “cosa di tutti” e non “cosa di sinistra”.
Come funziona il meccanismo delle assegnazioni ?
Introdotta dalla legge Rognoni–La Torre del 13 settembre 1982, la confisca dei beni mafiosi si dovrebbe realizzare attraverso l'assegnazione dei beni immobili a comuni, province, regioni, associazioni di volontariato, cooperative sociali, e così via per realizzare scuole, comunità  di recupero, case per anziani, centri per rifugiati politici, e altro ancora. I beni mobili e le aziende confiscate vengono per lo più trasformati in denaro contante e il ricavato viene versato nel Fondo unico per la giustizia.
Nel 1996 il parlamento votò all'unanimità  la prima legge di iniziativa popolare contro le mafie, la legge 109, sostenuta da un milione di firme di cittadini raccolte dall'Associazione Libera. Secondo l'articolo 3 “i beni confiscati sono devoluti allo Stato”. I beni immobili confiscati possono essere “mantenuti al patrimonio dello Stato per finalità  di giustizia, di ordine pubblico e di protezione civile”, oppure “trasferiti al patrimonio del comune ove l’immobile è sito, per finalità  istituzionali o sociali”, o ancora “il comune può amministrare direttamente il bene o assegnarlo in concessione a titolo gratuito a comunità , ad enti, ad organizzazioni di volontariato”, “a cooperative sociali” “o a comunità  terapeutiche e centri di recupero e cura di tossicodipendenti”.
Con la finanziaria del 2007 i beni confiscati possono essere assegnati anche a Province e Regioni. Detto questo, l'articolo 2 della finanziaria 2010 sancisce che i beni “di cui non sia possibile effettuare la destinazione o il trasferimento per le finalità  di pubblico interesse ivi contemplate entro i termini previsti – vale a dire 90 giorni – sono destinati alla vendita i cui proventi saranno destinati a finalità  istituzionali e sociali”.
Grazie dell'attenzione.
Presidente Dr Antonio Giangrande – ASSOCIAZIONE CONTRO TUTTE LE MAFIE
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ARTICOLO SULL’INQUINAMENTO »

Il Presidente dell'Associazione Contro Tutte le Mafie, Dr Antonio Giangrande, segnalando il fatto che nel mondo da anni vi sono sentenze di risarcimento danni da inquinamento, sia esso atmosferico, delle acque, ambientale o acustico. Addirittura sono stati riconosciuti indennizzi stratosferici a favore di fumatori consenzienti, come vi sono divieti di fumare all'aperto per difendersi dal fumo passivo.
Non capisce come si possa continuare a rimanere succubi di una politica ed amministrazione pubblica inconcludente e subire da anni un incremento di sofferenza e disagio riconducibile all'inquinamento.
Purtroppo, l'incremento delle malattie riconducibili a questa tematica, riguarda tutti, anche perchà© gli effetti, con il vento o con le correnti, raggiungono distanze inimmaginabili.
Naturalmente ogni iniziativa deve tendere a salvaguardare gli interessi delle aziende, dei lavoratori, dei cittadini.
INSOMMA: LE AZIENDE NON CHIUDONO, MA PAGANO.
L'azione giudiziaria civile di risarcimento danni all'ambiente (in forma specifica o per equivalente), ovvero alla persona (biologici, morali e per “il patema d'animo”), e l'obbligo per le amministrazioni locali ad emettere ordinanze attinenti oneri per le grandi aziende a titolo di indennità  di ristoro civico e di servitù industriale, dovuto al loro esercizio, quantunque l'inquinamento sia o fosse al di sotto del limite legale, porterà  un senso di legalità  in un territorio martoriato. Resta fermo l'obbligo per le aziende di adeguarsi ai limiti di emissioni inquinanti, pena il risarcimento del maggior danno.
Il DANNO AMBIENTALE
Il concetto di danno ambientale ha trovato un suo chiaro riconoscimento nel nostro ordinamento giuridico con la L.349/86 (“Istituzione del Ministero dell'ambiente e norme in materia di danno ambientale”). In particolare, l'art. 18 della suddetta legge dispone che:
“Qualunque fatto doloso o colposo in violazione di disposizioni di legge o di provvedimenti adottati in base a legge che comprometta l'ambiente, ad esso arrecando danno, alterandolo, deteriorandolo o distruggendolo in tutto o in parte, obbliga l'autore del fatto al risarcimento nei confronti dello Stato” (comma 1).
“Il giudice, ove non sia possibile una precisa quantificazione del danno, ne determina l'ammontare
in via equitativa, tenendo comunque conto della gravità  della colpa individuale, del costo necessario per il ripristino e del profitto conseguito dal trasgressore in conseguenza del suo comportamento lesivo di beni ambientali” (comma 6).
“Il giudice, nella sentenza di condanna, dispone, ove possibile, il ripristino dello stato dei luoghi a spese del responsabile” (comma 8).
La portata delle disposizioni di cui alla L.349/86 non può essere compresa appieno se non attraverso un puntuale riferimento alle decisioni giurisprudenziali e alla dottrina, che, non di rado, hanno interpretato tali disposizioni in maniera difforme dalla lettera della legge.
Danni ambientali reversibili
Danni patrimoniali
Danno emergente: in conformità  alla giurisprudenza e alla dottrina maggioritaria, può essere calcolato come costo per la messa in sicurezza, bonifica ed ripristino dei siti danneggiati (ex D.M. 471/99);
Lucro cessante: non vi è altro modo di calcolarlo se non quello di valutare i danni che deriveranno ai richiedenti dalla mancata realizzazione di profitti in conseguenza dell'evento dannoso. Bisognerà  tener conto anche dei danni ulteriori connessi ai tempi di realizzazione degli interventi di ripristino dei siti danneggiati, nonchà© dei c.d. danni indiretti (danni derivanti dall'alterazione degli ecosistemi).
Danni non patrimoniali
Danno estetico: può essere calcolato come percentuale del danno patrimoniale complessivo (danno emergente e lucro cessante) e va in ogni caso rapportato ai tempi necessari per il ripristino dei luoghi danneggiati.
A tal fin si può utilizzare un coefficiente (B) che chiameremo “coefficiente di bellezza e significatività  del sito danneggiato”, il cui valore sarà  compreso tra 0 e 1.
Danno all'immagine: nelle ipotesi di valutazione del danno ambientale, abbiamo preferito non creare una voce di danno autonoma per questo tipo di lesione.
Anzitutto perchà© non crediamo opportuno “appesantire” la quantificazione del danno ambientale e la conseguente richiesta risarcitoria con voci di danno che non hanno ancora trovato unanime riconoscimento in dottrina e in giurisprudenza (ne risentirebbe la credibilità  dell'intero sistema di valutazione del danno ambientale).
E poi perchà© il danno all'immagine è comunque riconducibile a quello da lucro cessante, per le sue componenti patrimoniali, e al danno estetico per quasi tutto il resto. E' indubbio che il danno all'immagine sia altra cosa rispetto al danno estetico, ma il risarcimento del secondo farebbe senz'altro giustizia anche del primo, soprattutto se nella determinazione del valore del citato coefficiente B si tiene conto delle possibili ripercussioni della lesione ambientale sull'immagine dell'ente richiedente.
Danni ambientali irreversibili
Danni patrimoniali
Danno emergente: trattandosi di danno ambientale irreversibile e non potendo ipotizzarsi un ripristino dello status quo ante, può essere calcolato come costo per la creazione di un habitat simile a quello preesistente o come costo per la creazione dell'habitat danneggiato in altro sito.
b) Lucro cessante: v. danni reversibili. Ovviamente, qui i danni ulteriori andranno proporzionati ai tempi di realizzazione degli interventi di cui alla precedente lettera a);
Danni non patrimoniali
Danno estetico; vedi danno reversibili;
Danno all'immagine: vedi danni reversibili.
IL DANNO PERSONALE: LEGITTIMAZIONE ALL'AZIONE DEL SINGOLO
SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE, SEZIONE III PENALE
Sentenza 2 maggio 2007, n. 16575
Il danno ambientale presenta una triplice dimensione:
- personale (quale lesione del diritto fondamentale dell’ambiente di ogni uomo);
- sociale (quale lesione del diritto fondamentale dell’ambiente nelle formazioni sociali in cui si sviluppa la personalità  umana, ex art. 2 Cost.);
- pubblica (quale lesione dei diritto-dovere pubblico delle istituzioni centrali).
In questo contesto persone, gruppi, associazioni ed anche gli enti territoriali non fanno valere un generico interesse diffuso, ma dei diritti, ed agiscono in forza di una autonoma legittimazione.
Integra il danno ambientale risarcibile anche il danno derivante, medio tempore, dalla mancata disponibilità  di una risorsa ambientale intatta, ossia le c.d. “perdite provvisorie”, perchà© qualsiasi intervento di ripristino ambientale, per quanto tempestivo, non può mai eliminare quello speciale profilo dì danno conseguente alla perdita di fruibilità  della risorsa naturale compromessa dalla condotta illecita, danno che si verifica nel momento in cui tale condotta viene tenuta e che perdura per tutto il tempo necessario a ricostituire lo status quo.
La Cassazione, con un sentenza che vi consiglio vivamente di leggere d'un fiato (potere liberamente scaricare la sentenza della Corte di Cassazione Civile n. 11059/09 ha statuito, invece, e per fortuna giuridico-ambientale, che è giuridicamente corretto inferire l'esistenza di un danno non patrimoniale, ravvisato nel patema d'animo indotto dalla preoccupazione per il proprio stato di salute e per quello dei propri cari, ove tale turbamento psichico sia provato in via documentale.
Il danno non patrimoniale può essere provato anche per presunzioni e la prova per inferenza induttiva non postula che il fatto ignoto da dimostrare sia l'unico riflesso possibile di un fatto noto, essendo sufficiente la rilevante probabilità  del determinarsi dell'uno in dipendenza dell'altro, secondo criteri di regolarità  causale.
Si tratta, del resto di principi affermati già  in passato (Cass. Sez. Un. civ. n. 2515/2002, in caso di compromissione dell'ambiente a seguito di disastro colposo – art. 449 c.p.) nel caso del verificarsi di un delitto di pericolo presunto a carattere plurioffensivo: qui la Cassazione sottolineava che alla lesione dell'interesse adespota all'ambiente ed alla pubblica incolumità , si affianca il pregiudizio causato alla sfera individuale dei singoli soggetti che si trovano in concreta relazione con i luoghi interessati dall'evento dannoso, in ragione della loro residenza o frequentazione abituale. Ove sia dimostrato che tale relazione è stata causa di uno stato di preoccupazione è configurato il danno non patrimoniale in capo a detti soggetti, danno risarcibile in quanto derivato da reato.
In armonia con un'altra decisione della Cassazione (Cass. Sez. Un. civ. n. 26972/2008) il giudice di legittimità  delle leggi ha, inoltre, stabilito che va esclusa l'autonomia del c.d. danno esistenziale, il quale non rappresenta altro che una delle voci del danno non patrimoniale.
Nel caso in cui il fatto illecito, da cui è derivato il danno, si configuri come reato, il danno non patrimoniale è risarcibile nella sua più ampia accezione di danno determinato da lesioni di interessi inerenti alla persona non connotati da rilevanza economica.
INDENNIZZO PER SERVITU' INDUSTRIALE
In diritto si definisce servitù (o servitù prediale) un diritto reale minore di godimento su cosa altrui, consistente in “un peso imposto sopra un fondo per l’utilità  di un altro fondo appartenente a diverso proprietario” (art. 1027 del codice civile).
L’utilità  del fondo dominante, presente o futura, è estremo essenziale della servitù: può consistere nella maggiore comodità  del fondo, può anche essere inerente alla sua destinazione industriale. Per questo si parla di Servitù Industriale. Tuttavia, deve sempre essere utilità  di un fondo, non quello personale del proprietario. In quest'ultima ipotesi si ha un un diritto personale di godimento, la cosiddetta servitù aziendale.
INDENNITA' DI RISTORO CIVICO
Tributo locale a carattere amministrativo per speciali prestazioni (servitù atipica).
Grazie dell'attenzione.
Presidente Dr Antonio Giangrande – ASSOCIAZIONE CONTRO TUTTE LE MAFIE
099.9708396 – 328.9163996
www.controtuttelemafie.it
www.malagiustizia.eu

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Capaccio (Sa): nasce la Scuola di Formazione Politica”Pensiero Futuro” »

Nasce a Capaccio-Paestum l’associazione “Pensiero Futuro” – Scuola di Formazione Politica Permanente, con lo scopo di promuovere, istituire e coordinare attività  di formazione, studi e ricerche nell’area delle scienze politiche e sociali, mediante l’organizzazione di convegni, stages, attività  formativa e master. Tali competenze sono demandate specificamente alla Scuola di Formazione Politica, che costituisce il comitato scientifico dell’Associazione.
Sarà  compito della Scuola diffondere la cultura della politica attraverso i mezzi più idonei; promuovere, istituire e coordinare attività  di formazione, studi e ricerche, con specifico riguardo all’area delle scienze politiche e sociali. La Scuola Politica sarà  anche un Laboratorio, un Forum e un Osservatorio Politico. Sono già  in programma collaborazioni con strutture scolastiche ed universitarie, oltre che con centri studi ed associazioni della stessa natura. Non una Scuola partitica, bensì una Scuola di politica, intesa come “arte di dirimere i conflitti”, quindi di interessarsi dei problemi della gente, delle necessità  delle comunità  e delle particolarità  dei singoli ambiti territoriali. Per questo, la Scuola di formazione politica “Pensiero Futuro” è un luogo libero, aperto a tutti. Non si persegue l’indottrinamento di partito, ma lo sviluppo della capacità  critica, rivolto non alle prossime elezioni, ma alle prossime generazioni. La formazione non può essere finalizzata alla ricerca del consenso elettorale, e nemmeno ad impartire direttive di partito su scelte contingenti. Deve, invece, perseguire la capacità  di pensare, di interpretare criticamente le problematiche della società . L’Associazione è diretta dal presidente Tommaso Pappalardo la direzione della Scuola di Formazione Politica è affidata a Glicerio Taurisano, mentre il Consiglio direttivo è completato da Rosario Buccella, Giuseppe Capo e Genny Nappo. L’Associazione sarà  presentata ufficialmente all’inizio del nuovo anno.

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OMICIDI DI STATO »

Colpevole indifferenza. Quando gli altri siamo noi.

Stefano Cucchi, arrestato perchà© deteneva venti grammi di droga. Dopo una settimana in carcere è finito in ospedale, dove è spirato.
I familiari, quando gli è stato permesso, hanno trovato il corpo in condizioni spaventose. Il padre alla stampa parla di «una frattura alla mandibola, di un occhio rientrato in un'orbita, di costole rotte» e di «un volto nero come se fosse bruciato».
Purtroppo Stefano non è da solo a morire di carcere. Dai dati del Dipartimento Amministrazione Penitenziaria, elaborati dall'Associazione Contro Tutte le Mafie, risulta che negli ultimi 9 mesi ci sono stati 138 morti nelle carceri italiane, di cui 56 per suicidio.
Le condizioni inumane della vita carceraria, ovvero la consapevolezza di essere innocente, spinge chi, spesso è un povero cristo senza sponsor e senza difesa, a scegliere la via più breve verso la libertà . Tutto questo nell'indifferenza di chi addita in altri le proprie colpe o collusioni.
Sui network nazionali spesso si fanno battaglie per i canili lager, per difendere i diritti degli animali. Ma un'informazione foraggiata e politicizzata si dimentica di illuminare le nefandezze perpetrate dal sistema sugli umani. Così come non si capisce il silenzio o la diplomazia delle associazioni tematiche.
Gli ultimi dati ministeriali disponibili ci parlano di 64.595 detenuti, a fronte di una capienza sui 205 istituti di 43.186 unità . Ben 21.409 detenuti in più stipati uno sull'altro, come cavie.
Il dato allarmante, che mette all'indice il sistema giudiziario, è che solo il 48,5 % di questi ha subìto condanna (31.363). Il resto, si badi bene, è formato da persone presunte innocenti (33.232)!!
Ma un dato salta agli occhi. Se da un lato gli italiani in carcere presunti innocenti sono il 47 %, per gli stranieri il dato balza al 58 %.
Indigenza è sinonimo di difesa inadeguata, quindi il parallelismo: povero = colpevole.
Dal 1945 al 1995 in cella vi sono stati 4 milioni di innocenti. Dal 1980 al 1994 vi è stata assoluzione per metà  dei reclusi vittime di detenzioni ingiuste. La percentuale di persone prosciolte è risultata pari al 43,94 per cento di quelle sottoposte a giudizio. In cifre assolute, più di un milione e mezzo di cittadini è stato giudicato non colpevole, degli oltre 3,5 milioni finiti di fronte ad un giudice. E ancora: di questo milione e mezzo sono più di 313.000 quelli prosciolti con formula piena. Tradotti in cifre, i mali della giustizia fanno rabbrividire. Si chiamano errori giudiziari e in 50 anni di storia repubblicana hanno travolto 4 milioni di italiani. Per omonimia, perizie errate, calcoli approssimativi sulla permanenza in carcere. Errori o distrazioni che hanno avuto costi altissimi per le casse dello Stato. Non per niente il rapporto che l’Eurispes ha preparato e che è stato presentato a gennaio del 2006, si intitola: “Un popolo a rischio. Gli italiani e la macchina della giustizia”.
Ad oggi non vi sono a riguardo dati statistici ufficiali da parte del Ministero della Giustizia, per ovvie ragioni, ma ormai siamo vicini ai 5 milioni di vittime del sistema. Adesso quasi ogni giorno, sostiene il rapporto dell’Eurispes, “lo Stato si vede costretto a riconoscere i propri errori e a rifondere cittadini innocenti”.
Ai ben pensanti, giustizialisti e garantisti a senso unico, è bene rammentare un fatto: uno stato di diritto ad elevata civiltà  giuridica deve pretendere “pena certa e riabilitativa in giusto processo”.
Solo così si può dare rispetto a quelle istituzioni che lo pretendono senza meritarlo.

Grazie dell'attenzione.
Presidente Dr Antonio Giangrande – ASSOCIAZIONE CONTRO TUTTE LE MAFIE
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ANTIMAFIA: LOTTE DI PARTE O DI FACCIATA »

A Roma si apre “Contromafie”, gli stati generali dell’antimafia convocati dall'associazione “Libera”. Non sarà  presente la “Associazione Contro Tutte le Mafie”. Il Presidente dr Antonio Giangrande denuncia: “la lotta alle mafie ed alle illegalità  non deve essere, nà© apparire, solo lotta politica di “sinistra”, nà© deve essere fondata sulla santificazione dei magistrati. Una domanda da scrittore a scrittore: se Saviano fosse uno scrittore antimafia di destra, avrebbe avuto tanta attenzione, tale da meritare film e scorta? E per finire una domanda da presidente antimafia a presidente antimafia: se Don Ciotti non fosse appoggiato dall'apparato politico, mediatico e giudiziario di sinistra, avrebbe avuto tanta visibilità  e sostegno ?

La “Associazione Contro Tutte le Mafie” – ONLUS è una associazione nazionale contro le ingiustizie e le illegalità , iscritta per obbligo di legge, ai fini dell’attività  antiracket ed antiusura, solo presso la Prefettura – UTG di Taranto, competente sulla sede legale. Non ha sostegno politico perchè è apartitica e non nasconde gli abusi e le omissioni del sistema di potere, tra cui i magistrati, e la codardia della società  civile. Per questo non riceve alcun finanziamento pubblico, o assegnazione da parte della magistratura dei beni confiscati. I suoi siti web sono oscurati dalla magistratura e il suo presidente è, spesso, perseguito per diffamazione, solo perchè riporta sui portali web associativi le interrogazioni parlamentari o gli articoli di stampa sugli insabbiamenti delle inchieste scomode. Le scuole non lo invitano, in quanto il motto “La mafia siamo noi” non è accettato dai professori di Diritto, che sono anche, spesso, avvocati e/o giudici di pace e/o amministratori pubblici, sentendosi così chiamati in causa per corresponsabilità  del dissesto morale e culturale del paese. Pur affrontando questioni attinenti la camorra, la mafia, la ‘ndrangheta, la sacra corona unita, la mafia russa, ecc; pur essendo stato ringraziato dal Commissario governativo per la collaborazione svolta ed invitato da questi a partecipare al forum tenuto a Napoli coi Prefetti del Sud Italia per parlare di Mafie e sicurezza, la Prefettura di Taranto, non solo non gli dà  la scorta, ma gli diniega la richiesta del porto d’armi per difesa personale. La regione Puglia non iscrive la stessa associazione all’albo regionale, nà© il comune di Avetrana, città  della sede legale, ha iscritto l’associazione presso l’albo comunale. Il sostegno mediatico è inesistente, tanto che vi è stata interrogazione parlamentare del sen. Russo Spena per chiedere perchè Rai 1 non ha trasmesso il servizio di 10 minuti dedicato all’associazione, autorizzato dall’apposita commissione parlamentare. L’editoria ha rifiutato le pubblicazione del saggio d’inchiesta “L’Italia del trucco, l’Italia che siamo”, il sunto e l’elenco degli scandali e i misteri italiani, senza peli sulla lingua.
La associazione “Libera” è un coordinamento nazionale di tante associazioni e comitati locali. Queste, spesso hanno sede presso la CGIL, sindacato di sinistra, come a Taranto. I magistrati assegnano a loro i beni confiscati. Le scuole invitano i loro rappresentanti. Il sostegno mediatico è imponente, come se “Libera” fosse l’unico sodalizio antimafia esistente in Italia. La regione Puglia, con giunta di sinistra, riconosce a loro cospicui finanziamenti, pur non essendo iscritta all’Albo regionale.
In un’intervista a Magazine del Corriere della Sera, si rivela che non c’erano motivi perchè a Roberto Saviano, autore di “Gomorra”, venisse assegnata la scorta. Vittorio Pisani, capo della Squadra Mobile di Napoli, è un poliziotto con gli “attributi” che ha ottenuto l’importante incarico all’età  di 40 anni; rischia la pelle tutti i giorni e, persona seria in questo mondo di quaquaraquà  e opportunisti. Intervistato da Vittorio Zincone ha detto le cose come stanno: “Resto perplesso quando vedo scortare persone che hanno fatto meno di tantissimi poliziotti, magistrati e giornalisti che combattono la camorra da anni”.
All’ex collaboratore de “Il Manifesto” è però stata concessa l’assidua compagnia d’un folto manipolo di guardie del corpo, che oltrepassa ogni ridicolo, schierando persino cani anti-bomba; eppure, rivela Pisani, “a noi della Mobile fu data la delega per riscontrare quel che Saviano aveva raccontato a proposito delle minacce ricevute. Dopo gli accertamenti demmo parere negativo sull'assegnazione della scorta”. Tuttavia Roberto Saviano, sull’onda della popolarità  antimafia e dell’autocommiserazione per la “vita sotto scorta”, è diventato un miliardario di fama mondiale che, oltre a sfornare libri alla moda e presenziare ovunque, collabora a testate come L’espresso e La Repubblica, negli Stati Uniti con il Washington Post e il Time, in Spagna con El Pais, in Germania con Die Zeit e Der Spiegel, in Svezia con Expressen e in Gran Bretagna con il Times.
Una domanda da scrittore a scrittore: se Saviano fosse uno scrittore antimafia di destra, avrebbe avuto tanta attenzione, tale da meritare film e scorta? E perchà© ad Antonio Giangrande, autore del saggio di inchiesta “L’Italia del trucco, l’Italia che siamo”, che scrive 100 volte cose più gravi e pericolose, toccando gli interessi di mafie, lobby, caste e massonerie, oltre che denunciare il comportamento dei cittadini collusi o codardi, viene negato addirittura il porto d'armi ?
E per finire una domanda da presidente antimafia a presidente antimafia: se Don Ciotti non fosse appoggiato dall'apparato politico, mediatico e giudiziario di sinistra, avrebbe avuto tanta visibilità  e sostegno ?
Grazie dell'attenzione.
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